l'unione fa la forza - approccio multidisciplinare nella risoluzione dei problemi

Il potere dell’approccio multidisciplinare nella risoluzione dei principali disequilibri

In Area Funzionale, newsby Fabrizio Ranieri

“L’unione fa la forza”!

Chissà quante volte nella vita ci è capitato di citare questo famosissimo proverbio, utilizzato soprattutto per sottolineare il potere del lavoro di squadra nell’affrontare un problema.

La forza di un gruppo coeso, le maggiori risorse individuali a servizio degli altri, le differenti capacità di pensiero e le varie modalità di approccio alla soluzione sono infatti armi fondamentali per affrontare adeguatamente il difficile percorso verso la conquista della tanto ricercata soluzione. D’altronde è scritto anche e soprattutto in natura e la conferma ci arriva dall’osservazione delle comunità di formiche o di api, nelle quali ciascun singolo insetto partecipa costantemente, e per quelle che sono le sue caratteristiche, alla vita della comunità.

Il concetto di “unione che rafforza” può essere riportato nell’ambito della cura?

Assolutamente sì! Il patto tra paziente e terapista deve stringersi in questa precisa ottica.

In un’epoca come quella che stiamo appassionatamente vivendo, nella quale viene messa in continua discussione la troppa specificità raggiunta dalla medicina a discapito della visione di insieme dell’individuo, sembra prendere sempre più piede nel paziente l’esigenza specifica di sentirsi “compreso globalmente” da chi lo prende in carico, di sentirsi ascoltato prima che ancora che indirizzato.

Un’esigenza che lo spinge sempre di più alla ricerca di figure di riferimento che gli consentano di stringere un patto vero, forte, tramite il quale affidare i propri disagi e le proprie disfunzioni a qualcuno che li sappia accogliere in una visione di insieme che non trascuri, alla ricerca di una soluzione troppo specifica e solo illusoriamente risolutiva, la totalità degli aspetti che lo contraddistinguano, costituiti dalla sua emotività, dalla sua spiritualità e dal contenuto esperienziale che la sua vita certifica.

Questa consapevolezza nuova, questa ricerca emergente attestata dalle statistiche mondiali che vedono le terapie complementari in continua crescita, si concretizza spesso e volentieri nell’incontro con equipe appositamente costituite, nelle quali ciascun operatore/professionista opera con costante attenzione nell’intento continuo e preciso di provare ad individuare, partendo sempre dal quadro generale, l’ambito primario di intervento rispetto al problema manifestato in quel momento dal paziente.

Sostenere oggi in maniera assolutistica che di fronte ad un dolore qualsiasi soluzione sia già scritta e di semplice interpretazione risulta alquanto anacronistico, anche se si tratta di semplice mal di schiena o di mal di denti.

Ogni segno di disagio, ogni dolore, ogni deviazione dalla funzione fisiologica va prima di tutto accolta, ascoltata, abbracciata, fatta propria e solo infine tradotta nel meraviglioso linguaggio del corpo umano, tanto scientifico quanto ancora misterioso in tanti suoi aspetti.

Il terapista e la visione olistica, multidisciplinare, vincente!

Un terapista attento alla visione olistica vede aumentare l’efficacia del suo potere di intervento quanto maggiori sono le proprie competenze; ma non quelle verso uno specifico ambito dell’anatomia umana, bensì quelle che si aprono alla dimensione globale dell’individuo.

Un vero approccio multidisciplinare che gli consenta dunque di poter interpretare al meglio i vari segni del corpo, siano essi in ambito psichico, strutturale o biochimico, alfine di dare al paziente maggiori e più efficaci soluzioni.

L’operatore onesto e consapevole dei propri limiti e delle proprie lacune dovrebbe invece approfondire maggiormente la collaborazione con colleghi complementari che gli consentano, attraverso le esperienze comuni e dirette, di indirizzare comunque al meglio i propri pazienti.

Di esempi ce ne sono a bizzeffe e l’esperienza del professionista ne è intrisa di conferme: accogliere l’individuo in un percorso multidisciplinare ed accompagnarlo, passaggio dopo passaggio, alla consapevolezza di quali siano le dimensioni della propria esistenza sulle quali lavorare maggiormente, non solo crea benessere risolvendo malessere, ma contribuisce alla crescita personale dell’individuo stesso, alla sua indipendenza dalla cura, affinché l’apporto dell’operatore sia sempre di più a scopo preventivo e di mantenimento anziché interventistico.

Perché quello della salute è un equilibrio instabile, mutevole, variabile di anno in anno, di mese in mese, di giorno in giorno. Cercare il benessere non è un lavoro facile. E’ una fatica continua e costante, che possiamo condividere con il nostro operatore di fiducia. Perché se è vero che chi fa da se fa per tre, ancor più vero nella salute è che “l’unione fa la forza”!

Ma come fare ad aumentare la consapevolezza di noi stessi?

Ad esempio conoscendo le zone di Head (Head, Sir Henry neurologo inglese Londra 1861 – Reading 1940), la cui mappa definisce aree cutanee particolari il cui dolore comunica problemi di specifica origine viscerale (es. dolore o ipersensibilità alle spalle, problemi diaframmatici). Oppure ancora, conoscere l’orologio degli organi secondo la Medicina Tradizionale Cinese, che associa ad ogni risveglio notturno, a seconda della fascia di orario in cui avviene, un particolare organo sofferente (es. fascia oraria 1:00-3:00, fegato).

Perle di saggezza

Quando ricerchiamo la soluzione ad un problema di salute, proviamo a rivolgerci innanzitutto a noi stessi. La conoscenza di base di alcuni aspetti fondamentali della nostra fisiologia ci permetterebbe di meglio comprendere le origini del problema che stiamo affrontando e di riportare la nostra attenzione su ambiti di noi stessi che abbiamo smesso di curare.

Non dobbiamo fare autodiagnosi, quella lasciamola alle figure specializzate, ma imparare a riflettere sui segni che il corpo ci manda per tradurli in attenzioni verso i sistemi che stanno soffrendo, onde evitare di dover intraprendere, una volta trascurati, strade tortuose e dispendiose.

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