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Perché alcuni problemi si ripetono sempre: cosa li mantiene davvero

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Perché alcuni problemi si ripetono sempre: cosa li mantiene davvero

Perché alcuni problemi si ripetono sempre nonostante i tentativi di risolverli

A molti di noi sembra di dover convivere con problemi che si ripresentano continuamente, nonostante tutti gli sforzi fatti per risolverli: discussioni infinite con un figlio adolescente irriverente, preoccupazioni eccessive prima di eventi importanti, tensioni con i colleghi di lavoro, ansia di rimanere bloccati nel traffico…

Non è sempre facile trovare una soluzione efficace e rapida alle proprie difficoltà. In alcuni momenti ci si può sentire completamente spaesati, confusi e senza sapere davvero che cosa fare o da dove iniziare.
Spesso pensiamo che, per risolvere un problema, sia necessario individuarne l’origine e capire perché si sia creato.

Il Problem Solving Strategico propone però una prospettiva diversa: molto spesso non è il problema iniziale a mantenere viva la situazione di disagio, ma i tentativi che mettiamo in atto per cercare di risolverlo.
Il problema persiste perché continuiamo a utilizzare strategie che, pur sembrando logiche e sensate, finiscono per alimentarlo. Quando insistiamo nell’applicare azioni inefficaci per superare una difficoltà o raggiungere un obiettivo, non solo non risolviamo il problema, ma rischiamo di complicarlo sempre di più.
È così che semplici difficoltà quotidiane possono, nel tempo, trasformarsi in problemi sempre più strutturati e difficili da interrompere.

Quando i tentativi di soluzione peggiorano il problema

Facciamo un esempio semplice…
Una persona teme di parlare in pubblico. Per sentirsi più tranquilla evita tutte le occasioni in cui dovrebbe esporsi: delega ad altri, inventa scuse, parla il meno possibile. Nell’immediato l’ansia diminuisce. Il sollievo conferma che evitare “funziona”.
Ma nel lungo periodo succede qualcosa di diverso: ogni evitamento rafforza la paura. La persona non fa mai esperienza del fatto che potrebbe cavarsela. Evitando di affrontare le situazioni, non riesce a migliorare attraverso l’esperienza le proprie abilità di parlare in pubblico. Così l’insicurezza aumenta, il problema cresce.
In questo caso, il tentativo di soluzione (evitare) diventa il meccanismo che mantiene il problema.

Il Problem solving strategico chiama questi comportamenti “tentate soluzioni disfunzionali”: azioni ripetute con l’obiettivo di risolvere una difficoltà che, invece, finiscono per alimentarla.
Le tentate soluzioni disfunzionali ci sembrano ragionevoli e diventano le nostre strategie abituali perché le applichiamo ripetutamente nonostante la loro inefficacia. Il problema, dunque, sta nel mettere in atto tentativi di soluzione apparentemente adeguati e soprattutto nell’insistere nella loro applicazione anche di fronte al fallimento.

I 3 modi più comuni con cui manteniamo i problemi

1. Evitare le situazioni difficili

È probabilmente il meccanismo più diffuso. Evitare luoghi, situazioni, persone, scelte, conversazioni, emozioni o decisioni.
L’evitamento spesso appare come una forma di prudenza, ma in realtà è frequentemente paura travestita da protezione.
Nel breve termine produce quasi sempre un sollievo immediato: meno tensione, meno ansia, meno disagio. Ed è proprio questo beneficio temporaneo a rendere il comportamento evitante così difficile da interrompere. Ogni volta che evitiamo qualcosa che ci spaventa, infatti, proviamo un senso di sollievo che ci porta inconsapevolmente a ripetere la stessa strategia.
Il problema è che ciò che viene evitato tende progressivamente a diventare sempre più minaccioso. Ogni evitamento conferma l’idea di non essere in grado di affrontare quella situazione. E più si evita, più cresce la sensazione di fragilità e incapacità.
Molte forme di ansia si alimentano esattamente attraverso questo meccanismo: il tentativo di proteggersi dalla paura finisce, paradossalmente, per rafforzarla.

2. Il bisogno di controllare 

A volte il problema non viene evitato, ma affrontato attraverso un controllo eccessivo. Si cercano di controllare pensieri, emozioni, sensazioni fisiche, performance, relazioni o perfino la propria immagine. Pensiamo, ad esempio, a chi controlla continuamente il telefono del partner per ridurre la gelosia, oppure a chi analizza ogni minimo dettaglio per paura di commettere errori.

Anche in questo caso l’intenzione di fondo è comprensibile e positiva: sentirsi più sicuri.
Il paradosso, però, è che il controllo eccessivo produce spesso l’effetto opposto. Più una persona controlla, più sente il bisogno di continuare a farlo. La sensazione di sicurezza dura poco, poi il dubbio riaffiora e spinge a verificare ancora.
Si crea così un circolo vizioso in cui il bisogno di controllo alimenta continuamente l’insicurezza.
È lo stesso meccanismo che sostiene molte forme ossessive: il tentativo di eliminare ogni incertezza finisce per renderla ancora più presente e invasiva.

3. Cercare di convincere con la logica

Un altro errore molto comune è credere che basti comprendere meglio una situazione o spiegarla razionalmente per modificare automaticamente una reazione emotiva o relazionale.

Chi vive accanto a una persona molto ansiosa lo sperimenta spesso: si cerca di rassicurarla con frasi come “non hai motivo di preoccuparti” oppure “devi stare tranquillo”. Eppure, più si insiste nel tentativo di convincerla, più l’altra persona sembra agitarsi e sentirsi incomprensa.
Questo accade perché molte dinamiche umane non seguono una logica lineare. Emozioni, paure, sentimenti e relazioni rispondono a meccanismi più profondi e complessi rispetto alla semplice razionalità.
In alcuni casi, insistere con spiegazioni logiche o rassicurazioni continue può addirittura amplificare il problema, generando resistenza, chiusura o ulteriore tensione emotiva invece di favorire un reale cambiamento.

Perché è così difficile interrompere i comportamenti disfunzionali

La vera difficoltà è che le tentate soluzioni disfunzionali, almeno inizialmente, sembrano funzionare davvero:
Evitare riduce l’ansia. Controllare dà sollievo. Cercare conferme tranquillizza.
Il cervello registra questo beneficio immediato e tende a ripetere quel comportamento, perché lo interpreta come utile e protettivo. Il problema è che ciò che offre sollievo nel breve termine spesso finisce per alimentare il disagio nel lungo periodo.
Così si crea un circolo vizioso: più si utilizzano certe strategie per stare meglio, più il problema si rafforza e diventa difficile da interrompere.

È un meccanismo molto simile a quello che vive chi soffre d’insonnia e cerca disperatamente di “obbligarsi” a dormire. Più si sforza di prendere sonno, più rimane sveglio. Paradossalmente, è proprio lo sforzo di risolvere il problema a mantenerlo attivo.

Come risolvere un problema cambiando strategia

Quando il problema si irrobustisce e genera una sofferenza sempre più intensa, arrivando a condizionare in modo significativo la vita quotidiana, spesso la persona non riesce più a interrompere da sola le strategie inefficaci che continua a mettere in atto. In questi casi può essere utile rivolgersi a un terapeuta strategico e intraprendere il cambiamento con una guida professionale.
Il Problem Solving Strategico lavora proprio su questo aspetto: interrompere i meccanismi che mantengono il problema, invece di combattere direttamente la difficoltà.

L’obiettivo non è scavare all’infinito nelle cause lontane o nel passato della persona, ma osservare concretamente come il problema funziona nel presente:

  • Che cosa lo alimenta ogni giorno?
  • Quali comportamenti lo rinforzano?
  • Quali reazioni sembrano utili ma finiscono per peggiorare la situazione?

Quando queste dinamiche vengono modificate, spesso il problema cambia molto più rapidamente di quanto immaginiamo.
Ed è proprio qui che emerge un aspetto particolarmente interessante: a volte piccoli cambiamenti strategici possono produrre effetti enormi. Questo accade perché non agiscono “contro” il problema con la forza, ma ne interrompono il funzionamento interno.

Perle di Salute – Il primo passo per risolvere un problema: smettere di alimentarlo

Molte persone affrontano i problemi aumentando gli sforzi: più controllo, più tentativi, più analisi. Ma nei problemi persistenti il punto non è quasi mai “fare di più”, quanto piuttosto fermarsi e chiedersi:
“Che cosa sto facendo per cercare di superare questa difficoltà? Le mie azioni stanno davvero funzionando?”
Se la risposta è “No, non producono l’effetto desiderato”, allora è importante iniziare a considerarle per ciò che sono: strategie inefficaci e disfunzionali.
Perché comprendere ciò che alimenta un problema è, molto spesso, il primo vero passo per uscirne.
Molti cercano la soluzione come se fosse una nuova tecnica da aggiungere o uno sforzo ulteriore da compiere. In realtà, spesso la svolta arriva quando si smette di ripetere ciò che mantiene bloccata la situazione e si trova il coraggio di lasciare andare quei comportamenti che davano soltanto l’illusione di protezione e sicurezza.